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Articolo tratto dalla rivista n. 11 Anno 136 Novembre 2000 (pag. 29)


VIRGILIO E LA CALABRIA

di Giuseppe Casalinuovo

Ora non più. Ma ci fu un tempo in cui io, tornando da lontano al bacco materno, benedetto da questo, andavo lungamente, in solitudine, per le mie belle e feconde campagne. Erano le sottili pasquali giornate di primavera, tutte olezzo e color di viola nel cielo e pei margini o pure le lunghe grandi giornate estive, tutte frullo d'ale e cantar di cicale; o pure le più brevi tenere giornate d'autunno, tutte ricolme di frutta e di melanconia.
Poiché brevi erano i miei ritorni primaverili, non mi allontanavo di molto dalla mia vecchia casa, ove assai dolce era il cinguettar delle sorelle e dei miei fratelli minori. Cercavo, vicino, primule e mammole lungo i sentieri che allora s'eran vestiti di verde; seguivo il corso dei torrentelli che soleano e lambiscono il mio borgo nativo, canori per l'acqua e per lo sciabordare delle lavandaie; sostavo in un prossimo vario piccolo podere paterno, ove tra la vigna che ingannava e il campo verde del grano e quello azzurro del lino, all'ombra di poche ombrelle di aranci, le arnie di sughero mandavano in giro, ronzando, le prime api a cogliere il miele soave. Ma, di estate e di autunno, libero in vacanza, andavo più oltre e più su. Per ore e per ore. Per giornate intere, alle volte salivo fin sulla montagna, coronata di faggi come da una criniera scomposta; sostavo scendendo, tra gli intercolunnii verde e oro dei castagni; riprendevo il cammino ed erravo per la valle, tutta mutevoli canzoni di acque e di canneti. Oh, in cima, quante pecore disperse e quante rustiche armonie di zampogne; e, più giù, quante giovenche candide e serene, quali accosciate nel verde, quali rimugginanti erbe fresche tra le spine; e poi, più giù, sui dorsali e sulle terrazze digradanti dei colli, e più ancora nel piano, a gruppi, ciurme, soli, i miei buoni campagnoli abbronzati e le mie belle campagnole, candide nel candore della camicia e della pezzuola, tutti intenti, senza sosta, tra luccicar di falci e di zappe, tra canestri e tinelli, alla più diversa e sempre lieta fatica!
Erano, quelli, i tempi in cui da poco, a scuola, avevo imparato a conoscere Virgilio, e più, fuor della scuola, avevo intrapreso a conoscere la sua poesia divina. E sapevo che Virgilio era nato a Pietole, forse in un solco, quasi duemila anni prima, e avea per lungo errato per le sue belle campagne mantovane. Ma, non so perché, quando io erravo per le mie native campagne, e già tutto era pieno il mio spirito delle sue bucoliche e delle sue georgiche, e pieni erano i miei occhi della sua alta e semplice figura campagnola, io, non so perché, rinnegavo la lezione della scuola e della storia, e non credevo che Virgilio fosse nato a Pietole. Già le mie conoscenze di quei tempi mi disegnavano nel pensiero una pianura montana ben diversa da quella cantata da Virgilio. E più non vedevo il vecchio aratro solcare la sua terra, e non più la vecchia falce lunata mietere le sue messi. Qua, invece ed ancora, l'aratro primitivo e la falce! Tutto, a torno al corso del Mincio, vedevo tramutato, tra stridor di macchine e a fumar di comignoli; tutto qua ancora era, ed ancora è, come nei tempi dei tempi! E nostro mi pareva Virgilio, nato in un nostro solco, cresciuto nelle nostre campagne, pieno della nostra semplicità, sonoro delle nostre armonie, e solo sapiente della nostra antica sapienza campagnola. E la sua immagine ieratica, che anche nei cutumi avea qualche cosa di nostro, mi appariva e mi riappariva, giganteggiando, come emersa dalla nostra terra!
Lessi più tardi, che quella squisita classica anima di poeta che fu il nostro Luigi Siciliani, sempre caro nel ricordo "non avea mai sentito così bene la poesia campestre di Virgilio, come rileggendola qua e là nella valle padana tra il piano e le Alpi, lungo i suoi fiumi e i suoi laghi, presso le piante che egli ricorda"'. Ma io, adolescente, la valle padana me la fingevo già in quella conca verde e meravigliosa, tutta ruscelli sonanti e tutta clivi fecondi, della mia piccola valle sanvitese, chiusa e conchiusa tra le due enormi spalliere della Serra Rossa e del Sardo Antonino; e in essa, a volte, sdraiato presso un canneto, al murmure del Gangemi, o, più in alto, sotto una quercia, riflessa dall'acqua precipita dello Scarzone, rileggendo ad alta voce l'Eneide e le georgiche e le bucoliche. E cercando in queste, o mi fingevo in queste, i segni vivi della mia campagna e della nostra terra; e in quella cercavo qualcosa che fosse davvero nostra; più piccola, ma nostra. Ben sapevo, come scrisse Francesco Fiorentino che, in quell'immenso poema, è "Virgilio cantore delle origini di Roma, raccoglitore e custode delle tradizioni italiche dalle mura di Alba, e dai primi figli del vecchio Tevere, fino alle speranze del Giovinetto Marcello troncate a mezzo da morte immatura; ma sapevo pur anco che era quello il poema della nostra più grande e più lontana epopea nazionale, e mi parea logico e naturale che in esso avesse dovuto trovarsi un po' della nostra Calabria, sempre prima e mai ultima nelle glorie vecchie e nuove d'Italia.
E cercavo, e trovavo, e leggevo (Aen., lib. III, vv. 163-166):

Esi locus,'Hesperiam Grai cognomine dicunt,
terra antiqua, potens armis atque ubere glaebae;  
Oenotri coluere viri, nunefama minores  
Italian dixisse ducis de nomine gentem

Oh la mia terra! Ecco la nostra terra antica, nell'eterno poema! Ed eccola, l'or negletta Calabria, potente d'armi e di feconda gleba (potens armis atque ubere glaebas) ed ecco essa, sì piccola e sì lontana, già chiamata Enotria ed Esperia, matrice, se pure obliata nei secoli e pei secoli, del grande nome d'Italia!
E sfogliavo ancora e cercavo ancora, e leggevo. Pur nel consiglio ad Enea di andare oltre, non per noi, ma per i greci perversi che avean preso possesso lungo il Jonio delle nostre rocche più avanzate, ecco ancora, e con Gerace (Locri) e con Strangili (Petelia), la terra di Calabria nel poema (ib. vv. 396-402):

Has autem terras Italique hanc litoris oram,  
proxima quae nostri perfunditur aequaris aestu,  
effuge: cuncta malis habitantur moenia Grais.  
Hic et Narycii posuerunt moenia Locri  
et Sallentinos absedit milite campos  
Lyctius Idoneneus, hic illa ducis Meliboei  
parva Philoctetae subnixapetelia muro

Ed ecco ancora, di fronte alla mia stessa valle, la grande insenatura del Jonio, e in essa Caulonia, e Squillace vicinissima, e Crotone col tempio di Giunone Lacinia, del quale ancora, sola e superba, una colonna s'eleva come a guardia del golfo e delle memorie lontane (ib., vv. 552-553):

... attollit se diva Lacinia contra  
Caulonisque arces et navifragum Scylaceum

Ed ecco, navigando con Enea, portato dal canto virgiliano, ecco lo stretto di Messina, e il taglio violento che staccò la Sicilia dal continente (ib., vv. 414-420):

Hacc loca vi quondam et vasta convulsa ruina  
(tantum aevi longiqua valet mutare vetustas)  
dissiluisseferunt, com protinus utraque tellus  
una foret,- venit medio vi pontus et undis  
Hesperium Siculo latu abseidit arvaque et urbes  
litore diductas angusto interluit aestu 

Ed ecco, subito dopo (e chi sa che il primo gen-ne dello Xiphias del Vitrioli non debba proprio ricercarsi in questi versi!), eccoci tra Scilla e Cariddi, in un movimento di ritmi e d'immagini semplicemente stupendo (ib., vv. 420-428):

Dextrum Scylla latus, laevum implacata Charybdis  
obsidet atque imo barathri ter gurgite vastas  
Sorbet in abruptum fluctus rurusque sub auras  
erigit alternos et sidera verberat unda.  
At Scyllam caecis cohibent spelunca latebris  
ora exsertantem et naves in saxa trahentem.  
Prima hominisfacies etpulchropectore urgo  
pube tenus, postrema immani corporepistrix  
delphinum caudas utero commissa luporum.

Ecco, eccola viva e superata la nostra Calabria, in cerca dei suoi luoghi più divini - dove, a dir del Pascoli, se è quasi distrutta la storia, resta la poesia - e in una delle sue leggende più belle.
Certo non ha, l'acqua sinistra dello stretto, descrizione più meravigliosa e più alta - alta e meravigliosa come la sua onda che si eleva al cielo e sferza le stelle: erigiti alternas et sidera verberat unda!  
E risalendo, ancora risalendo dalla punta azzurra di Scilla nelle ombre cupe e maestose della Sila, ecco, verso la fine del poema, in uno dei suoi più grandiosi episodi, la nostra secolare foresta e i nostri tori superbi, e le nostre dolci giovenche, e i nostri primitivi pastori (Lib. XII, vv. 715-223):

ac velut ingenti Sila summove Taburno  
cum duo conversis inimica in proelia tauri  
frontibus incurrunt (pavidi cessere magistri,  
stat pecus omne metu mutum mussantque invecae,  
quis nemori imperitet, quem tota armenta sequantur;  
illi inter sese multa vi vulnera miscent  
cornuaque abnixi infigunt et sanguine largo  
colla armosque lavant,- gemitu nemus ombe remugit:  
non aliter Tros Aeneas et Daunius heros  
concurrunt clipeis, ingensfragor aethera completa.

E nel leggere, la mia voce adolescente si confondeva col murmure delle acque e delle fronde, e l'ombra di Virgilio giganteggiava sui culrnini di fronte, alta, nell'azzurrità del 
cielo, come quella di un Nume nostro.
Quando, più tardi, i miei studi vagabondi mi han di sovente ripiegato a cercare tra le vecchie carte la fatica inesausta del pensiero di Calabria, e mi è stato dato di vedere quanto di questo pensiero si sia, in mille forme, avvicinato alla grande poesia virgiliana, grata mi è tornata alla mente quella dolce lontana finzione della mia adolescenza chè, per trovar tanta gente nostra compresa di quella poesia divina, ci deve essere tra essa e noi un più forte legame che non sia solo quello della ammirazione per il Poeta. Ci deve essere qualcosa di più: una comunanza d'anima e d'ambiente.
Ed è, in vero, un'anima virgiliana, ancora non corrosa dalla civiltà creatrice e devastatrice, l'anima calabrese; e tutto è ambiente Virgiliano, non ancora invaso dal rombo fumante e stridente delle macchine, quello che ancora in Calabria proteggono il Pollino e l'Aspromonte e divinamente s'inquadra tra il Jonio e il Tirreno. Da ciò, con perenne ispirazione latina, e sopra tutto Virgiliana, il perenne fiorire e rifiorire in Calabria della poesia latina, che già raggiunge la perfezione con Antonio Telesio - che tocca le vette più alte della classica bellezza con Diego Vitrioli, al quale, come ricorda Giovanni Pascoli, piaceva dire di essere già un tempo vissuto tra Cicerone e Virgilio", e che oggi si rinnova e si veste di nuove fronde con Francesco Sofia Alessio" e con Giuseppe Morabito, giovanissimo".
Ma non è tutto. Studi Virgiliani veri e propri sono fioriti in tutti i tempi, e lavoro non indegno e non inutile sarebbe quello da fare - con compiutezza e con acume da chi avesse tempo e attitudine - questa paziente e sapiente ricerca. A me basta, in via di esemplificazione, mettere il fatto in rilievo.
Fin dal 400, troviamo in Calabria, Aulo GianoParrasio, il celebre cosentino fondatore di quella famosa Accademia che ancora è lustro della Calabria (1470-1521), che commenta in dotto latino alcuni brani delle opere di Virgilio che si leggono fra le sue Excerptae Carminum diversorum expasitiones". Nel 500 è Fra Tommaso Campanella, in cui la forte ed audace speculazione filosofica si congiunge alla più profonda e gentile arte poetica, che nelle sue lettere si occupa largamente di Virgilio", che chiama "probqtissimus scriptor" e afferma che "Virgilius et Dantes Homerum obscurarunt", e in una sua poesia dal sonoro esametro Virgiliano usa le stesse parole di Virgilio". E nel secolo successivo è Gian Vincenzo Gravina che, occupandosi di Virgilio, scrive che "La Eneide è un nobile incesto dell'Odissea e dell'Iliade, e lo stile del poema è pari alla maestà del romano imperio", che nella georgica "non s'incontra verso che non muova a meraviglia, sì per la tessitura varia e ariosa, sì per la soavità dei numeri, sì per la vaghezza e pompa della dicitura" e che in Virgilio "ebbe l'ultima perfezione la latina poesia"".
Ma non è tutta nei grandi nomi la letteratura Virgiliana calabrese. Sulla fine del secolo XVIII, è un monaco cosentino Michele Greco (1753-1828) che scrive degli esercizi che si conservano inediti e si dicono di grande pregio, su l'egloga; ed è un catanzarese Carlo Bilotti da Carlopoli (m. nel 1928), che, tra l'altro, scrive un pregevolissimo comento, pur esso inedito, su l'Eneide.
Maggiori notizie, o migliori vestigie, abbiamo degli studi Virgiliani in Calabria nel secolo XIX.  Alessandro Marini di Cesare da S. Demetrio Corone che scrive su i "Commenti all'Egloghe di B. Virgilio Marone dell'Abate Mirabelli"; è Carlo Pancaro da Acri (1819-1891) che scrive su "Le Bucoliche di Virgilio tradotte da Giuseppe Capone  è Ferdinando Balsamo (1826-1869), letterato coltissimo di Rogiano Gravina, che lascia inedita una lettera esegetica su Virgilio22; è Raffaello Cardamone da Parenti (1844) che traduce e studia il Laocontell; è il grande patriota calabrese Eugenio De Riso che pubblica una "Escursione con Omero,Virgilio ed altri autori nella baia di Napoli e dintomi" - frammenti di letture recitate in inglese a Londra, ove fu lungamente in esilio, e da lui stesso tradotte in italiano". E, più tardi, è un altro catanzarese, Vincenzo Vivaldi, che pubblica, giovanissimo, uno studio su "Il Laocoonte di Virgilio nella traduzione dei Caro ed in quella del Leopgrdi  "21; e poi è Giuseppe Morano da Monterosso che si occupa di "P. Virgilio Marone e del secondo triumvirato"21 e di "P. Virgilio Marone e l'Impero";  è Luca laconianni da Rogiano Gravina che studia "Il Caronte di Dante paragonato col Caronte di Pirgilio "'; è Demetrio De Grazia da San Demetrio Corone che compone "lo schema dei quattro poemi di Dante Omero e Virgilio  ed uno "Studio sulle similitudini" degli stessi poemi"; è Davide De Seta da Acquappesa che s'intrattiene di Virgilio e di Dante".

Questo fervore di studi Virgiliani in Calabria si riflette pur anco nelle opere di traduzione.
Nel secolo XVIII le Bucoliche furori tradotte in versi rimasti inediti" da Gaetano Algaria da Cassano (1769-1842); da Pietro Camardella, pure da Cassano, che nel 1844 pubblicò a Napoli una traduzione polimetrica; dal geracese Carlo Migliaccio" e da Michele Capalbo da Acri (1794-1856), che tradusse pure in versi sciolti il libro 111 delle Georgiche" e una traduzione delle prime tre egloghe pubblicò nel 1874 Luigi Furnari". Il bellissimo IV libro dell'Eneide è stato tradotto dal cosentino Sertorio Quattromani" e dal reggino Antonio Giuffrè junior (1 841-190 1), che riscosse le lodi del Vitrioli, del Riepi e di altri insigni latinisti"; dallo stesso libro ha tratto "il tragico episodio " di Didone Luigi De Biase da Castrovillari"; nelle postume recenti opere di Vincenzo Ammirà troviamo una traduzione della seconda [email protected], tnentre è certo che lo stesso Anunirà tradusse anche l'Eneide, riscuotendo le lodi del De [email protected]; e ci fu in mezzo a noi un ragazzo tredicenne, squisito poeta morto troppo presto, AlConso Azzinnàri da Acri (1 847-1866), che tradusse tutte l'egloghe".  
Ma ciò che più commuove l'anima nostra di Calabresi - poichè è maggior prova della nostra aderenza spirituale alla poesia di Virgilio è la traduzione in vernacolo delle sue opere.- della quale traduzione se pur noi non sappiamo, alcun esemplare o alcun manoscritto non si conservi, c'è certa notizia.
Fin dal 1640 Francesco Bernaudo, ritenuto cosentino dallo Spiriti e dal D'afflitto - pubblicò in versi dialettali calabresi una traduzione del IV libro dell'Eneide'11; tutta l'Eneide, forse satireggiando, tradusse pure in vernacolo, nella seconda metà del secolo XVIII, Luca Antonio Folino da Scigliano'; e pure in vernacolo furori poi tradotte tutte quante le opere di Virgilio da Giuseppe Gerbasi, cosentino del XVIII secolo".
E per concludere, sia pure sotto altro profilo, questa rassegna (che necessariamente, ha solo carattere enunciativo) ricordiamo che, quando anni or sono, le nazioni neo-latine vollero celebrare a Parigi la gloria imperitura di Virgilio, l'Italia ed il Governo d'Italia e il popolo d'Italia furono rappresentati da un calabrese, Luigi Siciliani - allora sottosegretario di Stato per le Belle Arti al Ministero della P.I. che pronunziò in francese, alla Sorbona, fta la commossa ammirazione della grande assemblea internazionale il più ardente e più profondo e più elevato discorso che fu pronunziato per la circostanza.
Ora che mia madre è morta e mio padre è morto, e un'altra casa mi son creata lontano, non vado più a perderini come un tempo nel verde delle mie campagne, per sentire il ronzio delle api, il frusciar dei canneti, il murmure delle acque e la cantilena delle zampogne, che tanto intensamente han fatto sentire alla mia adolescenza la poesia Virgiliana. Ma quando, a volte, passo correndo per le strade bianche che intersecano come strisce di tela la mia valle feconda io riguardo con viva commozione (oh ricordi, ricordi!) il grano, i colli e le montagne, e ancora rivedo, ritornando da lontano col cuore e con gli anni, la semplice figura campagnola di Virgilio, avvolta nel manto largo e calzata di cuturni, alta e serena nell'azzurrità del cielo, come quella di un Nume nostro...

Giuseppe Casalinuovo

 

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