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Articolo tratto dalla rivista n. 5-6 Anno 137 Maggio-Giugno 2001 (pag. 4)

PIERO FASSINO

di Carlo Vallauri

Sin da giovanissimo dirigente comunista, proiettato poi dalla crisi di quel movimento internazionale in incarichi di responsabilità prima nel delicato settore della politica estera (e quale partecipe del M. Europeo chi scrive questa nota ne ha apprezzato le qualità) poi nel fondamentale ruolo di capo dell'organizzazione del PDS,, e infine chiamato a svolgere funzioni governative di primo piano, Piero Fassino si trova ora lanciato come uno dei leaders in cui, il suo partito in primo luogo ma anche l'intera coalizione sconfitta, può fare sicuro affidamento. Ecco la ragione per la quale, proseguendo nell'approfondimento delle luci ed ombre della vita politica nazionale, riteniamo utile cercare di chiarire alcuni punti dell'atteggiamento del parlamentare piemontese. 
Ci riferiamo naturalmente al caso Telecom-Serbia. Egli dice di non essersi occupato direttamente della questione. Per la stima che abbiamo di lui non vogliamo dubitare delle sue parole (soprattutto quella sera in TV sotto l'incalzare delle carte ufficiali lette dal direttore del "Giornale'). Però direi che sul piano politico proprio per questo non può non essere chiamato in causa. Egli si è difeso sostenendo tra l'altro che il suo viaggio a Belgrado si svolse nella fase anteriore alla guerra del Kossovo, quando la diplomazia internazionale cercò di riprendere, dopo la guerra di Bosnia, i rapporti diretti con Milosevich, ed anche di questo gli va dato atto. Tuttavia il fatto che riteniamo di dover rilevare - quale osservatore imparziale e in particolare studioso di quella zona dell'Europa sud-orientale - è che il conflitto del Kossovo non nacque come una sorpresa. Quella regione - che, non scordiamolo, aveva ottenuto per la prima volta una certa forma di autonomia addirittura sotto l'occupazione nazista in funzione antiserba - trovò nello stato multietnico di Tito una sua indipendente rappresentatività che permise ai kossovari di avere il rispetto della loro cultura, con l'insegnamento della lingua e altri significativi riconoscimenti, benefici gradualmente annullati da Milosevich proprio negli anni ai quali Fassino ha fatto riferimento. Privazione della lingua, limitazioni e poi persecuzioni per i suoi insegnanti, ed ancora chiusura delle scuole a livello medio e superiore quale prima fase rivolta ad ottenere la cancellazione di tutto quel che rendeva viva quella comunità: la Serbia impose, prima della cacciata, l'annullamento di tutto ciò che poteva mettere in discussione la sua esclusiva dominazione come nel tempo dei turchi. La più qualificata stampa mondiale parlò dell'operazione, le denunce furono numerose e documentate (anche se in Italia in verità se ne occupò quasi esclusivamente radio radicale). Quindi il "conflitto " era già nei fatti che accadevano, anche se essendo allora prevalente nel Kossovo una tendenza pacificante (e non quella intransigente affermatasi poi con il ritorno in patria degli emigrati, molti per ragioni politiche, in America) non vi erano esplosioni violente, e quindi era da attendersi la repressione sempre più dura da parte di Belgrado, come aveva fatto altrove.
Chi aveva responsabilità nel valutare i rapporti italo-iugoslavi non poteva non avere presente questo panorama e la minaccia costituita da Milosevich. Essersi illusi è grave quanto essersi illusi sugli intendimenti di Hitler: il leader nazicomunista aveva nel suo paese un seguito indubbio (me ne riferivano gli studenti serbi che avevo come allievi a Siena: sino a quando voi occidentali lo attaccate, non possiamo metterci contro di lui). Quindi il primo argomento - diciamo così, cronologico - avanzato da Fassino aumenta le sue responsabilità, per avere, compreso le cose solo quando sono accadute. Lo statista italiano al quale spesso mi richiamo - Zanardelli (al quale si devono prima la libertà di manifestare per l'opposizione repubblicana, poi l'allargamento del diritto di voto e successivamente il riconoscimento giuridico del diritto di sciopero e l'abolizione della pena di morte) - soleva dire: vero statista è colui il quale sa leggere quel che sta avvenendo prima che accada, dopo i fatti tutti sono buoni nel commentarli, ma per l'uomo politico è troppo tardi.
Il secondo argomento di Fassino, e cioè che egli, quale sotto- segretario, è stato estraneo alle trattative, è credibile, ma qui la seconda sua responsabilità: soprattutto perché - a stare ai documenti - l'ambasciatore d'Italia a Belgrado aveva sollevato perplessità sull'invio di grosse somme connesse all’operazione Telecom, e poi abbiamo dovuto apprendere da Giuseppe D'Avanzo su "Repubblica " (l'organo di stampa più accreditato sostenitore del governo allora in carica) e non dall'opposizione quel che era avvenuto, con tutto il significato politico e militare del rafforzamento che a Milosevich venne da quella vendita di quote della Telecom e soprattutto - come in seguito altre fonti hanno riferito (informe ancora confuse, e da chiarire), - l'esistenza di una intermediazione lautamente retribuita. Chi se ne avvantaggiò? E perché da parte dei governanti italiani la questione non venne approfondita? Leggerezza, trascuranza o volontà (politica) di non intervenire? In ogni caso risulta una evidente insufficienza di fronte agli eventi.
Ebbene abbiamo allora un uomo politico, di spiccate doti, e destinato - grazie ai suoi meriti - a "crescere ", che ha dimostrato nel più grave frangente internazionale nel quale la Repubblica italiana è stata coinvolta nella sua ultracinquantennale storia, di non saper avvertire i termini esatti difatti e situazioni che egli, per l'incarico allora ricoperto, aveva il dovere di seguire con quella attenzione e penetrazione logica, psicologica e fattuale che non può non pretendersi da chi è investito di alte responsabilità nell'interesse della collettività. Sino ad ora gli elementi che ha chiamato a suo favore, depongono chiaramente - a nostro modesto avviso - a suo palese sfavore, nella valutazione politica. Gli argomenti di difesa sostenuti da Fassino si ritorcono a suo danno.

 

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