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Articolo tratto dalla rivista n. 6-7 Anno 136 Giugno-Luglio 2000 (pag. 39)

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L’UOMO DEL MEDITERRANEO

 S’è appena concluso a Napoli – Villa Camplieto – il 2° Convegno Internazionale sulle Coste del Mediterraneo, promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall'Università degli studi di Napoli Federico II, dall'Ente Ville Vesuviane e dalla Biennale Internazionale del Mare. Pubblichiamo l'intervento del nostro redattore, Arturo Capasso.

PREMESSA
IBN KHALDÛN...

Siamo di fronte ad un personaggio particolare.
Si è mosso per quasi tutta la sua vita fra Tunisi, Fez, Granata, Bugia, Il Cairo.
Le sue intuizioni hanno anticipato di secoli il cammino della Sociologia.
L'Uomo dei Mediterraneo ha però subito anche le sorti di tanti illustri scrittori, scienziati e pensatori nati nei Paesi sottoposti a regimi coloniali e diventati delle Cenerentole da tenere ben chiuse. Proprio per nascondere la loro bellezza. 
Muqaddima,
1/331-335 (I.K. Peuples et nations.... p. 112)
"Quanto a noi, Dio ci ha favorito con la Sua ispirazione. Ci ha fatto scoprire una scienza di cui ci ha fatto l'interprete sincero ed esatto. Se io ho potuto esporre tutti gli aspetti di questa scienza e distinguere i suoi punti di vista e gli scopi di tutte le discipline, è grazie all'aiuto e all'ispirazione di Dio.
Se io ho omesso un qualsiasi punto o introdotto per errore dei problemi che non dovevano essere trattati, spetta al critico rigoroso riparare questi errori; ma mi si riconoscerà un merito: quello di avere aperto la strada ed indicato la direzione da seguire” (corsivo mio, n.d.a.).
Dal marzo dei 1375 al novembre del 1378 Ibn Khaldûn è in ritiro a Qal'at Ibn Salama presso Frenda e inizia a scrivere la Muqaddima (che completerà nel novembre del 1377) ed una parte del Kitáb al‘Ibar. 
Poco prima aveva cercato di stabilirsi con la sua famiglia presso il santuario d'al 'Ubbâd a Hunyn, porto di Tlemcen.
Voleva dedicarsi completamente alla scienza e all'insegnamento. Fu costretto ad andarsene, perché il sovrano Abû Hammû voleva affidargli una nuova missione presso gli Arabi Dawâwida.
Ibn Kbaldûn nasce a Tunisi il 1° Ramadan 732, e cioè il 27 maggio 1332.
carta 12 sec IBN KHALDUN.jpg (56 Kbyte) La sua vita è un susseguirsi di trionfi e fughe, di cambi di città e sovrani, molto bene descritti nella lunga Autobiografia, tradotta integralmente da Abdesselam Cheddadi e pubblicata nel 1980 presso Sindbad. La seconda edizione è del 1995.
Ma torniamo al nostro eroe, uomo di grande fede.
Dio guida con La sua luce chi Gli piace.
Andiamo ora ad esporre in questo libro le condizioni della civiltà come appaiono quando gli uomini vivono in società: il potere, l'acquisizione dei beni, la scienza, le arti...
L'uomo si distingue da tutti gli altri animali per un certo numero di caratteristiche. Queste sono: in primo luogo, le scienze e le arti, prodotti del pensiero, che allo stesso tempo lo distinguono dagli animali e lo elevano al di sopra di tutte le creature.
In secondo luogo, il bisogno di un organismo repressivo e di un'autorità coercitiva, senza le quali non si può realizzare l'esistenza dell'uomo.
Fra tutti gli animali, l'uomo è l'unico in questo caso, se non si tiene conto di ciò che si dice delle api e delle cavallette.
Ma se fra gl'insetti esiste questa condizione, essi l'hanno per ispirazione, non come risultato del pensiero e della riflessione.
In terzo luogo, lo sforzo per il sostentamento, la ricerca attiva delle strade e dei mezzi adeguati per assicurarseli.
Dio ha voluto che l'uomo, per vivere e sostenersi, fosse nella necessità di nutrirsi e Lui l'ha guidato verso il desiderio e la ricerca di cibo.
In ultimo luogo, la civiltà (al-'unrân), vale a dire il fatto di abitare o d'accamparsi insieme in una città o accampamento, di usufruire della società, di soddisfare i bisogni umani. Giacché la cooperazione per la sopravvivenza è una cosa scritta nella natura degli uomini" (Muqaddima, cit., p.113). 
"È la fede che rappresenta il principio delle opere ed il grado più elevato della felicità, perché essa è la più elevata di tutte le opere interiori". 
I.K. La Voie et la Loi ou Le Maitre et le Juriste,
p. 108. 
Il Kitab al'Ibar si compone di tre libri. Il primo, che in genere è chiamato Muqaddima, tratta della storia vista dall'interno e delle cause che la determinano, i Libri II e III trattano invece la storia dall'esterno, e cioè le condizioni della vita dell'uomo nella società, dalla Creazione fino ai suoi tempi. Infatti, questi due libri riguardano la storia degli Arabi del Machrek da una parte e degli Arabi del Maghrib e dei Berberi dall'altra.

 LA SCIENZA NUOVA
Nella Muqaddima Ibn Khaldûn dà una definizione della sua "scienza nuova" e ne indica i principi generali: "Lo storico deve conoscere le regole della politica, la natura delle cose esistenti, le differenze fra le nazioni, le epoche relative ai comportamenti umani, ai caratteri, alle consuetudini, alle credenze, alle dottrine e a tutte le condizioni che circondano la vita degli uomini. Lui deve fissare tutte queste cose per ciò che riguarda il presente, far risaltare le concordanze e i contrasti col passato e analizzare le similitudini e le differenze.
Lui deve sapere come sono stati formati gli Stati e le religioni, quali sono i motivi che li hanno fatti trionfare, quali sono le cause che li hanno fatti nascere e i motivi che giustificano la loro esistenza; infine egli deve conoscere le condizioni degli uomini che li dirigono e la loro storia. Otterrà così una visione completa sulle circostanze di ciascun avvenimento, un perfetto apprendimento della base di ciascuna indagine.
Allora solamente potrà procedere ad un confronto fra i racconti della tradizione e le regole e i modelli così costituiti.
In caso d'accordo e di conformità questi racconti potranno essere dichiarati autentici. Altrimenti, saranno considerati poco affidabili e quindi scartati". (Muqaddima, 11320, I.K. Peuples et nations du monde (I) p. 104). 
Ibn Khaldûn è profondamente convinto dell'approccio nuovo che dà al suo lavoro: "Potremmo dire che si tratta d'una scienza indipendente, con un fine e dei problemi propri: la civilizzazione e la società umana e l'analisi dei casi e delle condizioni che le minano nella sua essenza" (Muqaddima, 1/331-335, in Peuples et nations du monde (1) p. 108). 
Più avanti ribadisce: "Si potrebbe ben dire che è una scienza che è appena nata. Mai, posso affermarlo, ho trovato alcun autore al mondo che abbia trattato lo stesso argomento. Non so se è mancanza d'essersene interessati - ma non c'è alcun motivo di supporlo - o semplicemente perché le opere che possono essere state scritte su questo argomento e che sono state approfondite non ci sono pervenute. Le scienze sono numerose e c'è una grande quantità di saggi fra le nazioni della specie umana. Le scienze che sono state perdute sono più numerose di quelle che ci sono pervenute. Dove sono le scienze dei Persiani ... ? Dove sono le scienze dei Caldei, degli Assiri, dei Babilonesi? Dove sono le loro opere ed i risultati da essi acquisiti? E ancora: dove sono le scienze dei Copti e quelle dei loro predecessori?" (Ivi, p.108-109). In questa ricerca ho ridotto al minimo quello che potrebbe e dovrebbe essere un commento, dando invece più spazio alle parole d'Ibn Khaldûn. Se ne sa così poco, che è meglio un approccio diretto. Ho già posto in rilievo (cfr. Arturo Capasso: Ibn Khaldûn, il precursore. Scena illustrata febbraio 1989, p.35) l'importanza del grande tunisino e come volasse alto il suo pensiero sociologico "La storia è fatta dai nomadi, dalla loro forza trascinante. Le lotte fra le tribù portano inesorabilmente ad una supremazia e lo sbocco in un vero impero è inevitabile. Ma questo impero sarà sedentario, crescerà. La sua stessa natura lo renderà decadente, in nuce c'è un mondo destinato a soggiacere. Altre forze da fuori, giovani e caricate, distruggeranno il vecchio impero e prenderanno il suo posto".
Più avanti aggiungevo: " ... pare di vedere, in questa felice sintesi, un processo di tesi e antitesi che sarà studiato - ma dopo secoli- dal materialismo dialettico" (Ibidem). 
Andiamo a vedere invece cosa scrisse Giambattista Vico (1668-1744): "Gli uomini prima sentono il necessario, di poi badano all'utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze" (Scienza nuova seconda, 1730).141
Quando si legge l'Introduzione e poi si passa alla Storia si prova un senso di delusione, perché avremmo desiderato gli approcci ai fatti nel modo in cui lui aveva proposto.
Questo appare ben espresso in Francesco Gabrieli (voce Muqaddima nel Dizionario letterario delle opere e dei personaggi di Bompiani, vol.IV, pp.844-845).
Dà importanza all'introduzione del Kitàb al‑ibar (libro degli esempi storici): “Diciamo subito che la costruzione di Ibn Khaldûn, pur con pretese di universalità, si fonda in realtà sulle concrete condizioni storiche, geografiche e sociali in cui egli visse, e cioè l'Africa settentrionale musulmana del sec. XIV, a essa, al suo presente e passato, egli applica le sue teorie, e dall'esame della sua storia estrae e formula le sue leggi; teorie e leggi che serbano valore per analogia ovunque si presenti il fenomeno su cui si impernia la sociologia Khaldûniana (il corsivo è mio n.d.a.) il contrasto cioè fra l'elemento beduino e il sedentario, e il divenire della civiltà nel trapasso da quello a questo. Entro questi limiti, l'acutezza e precisione di sguardo dello storico tunisino sono un fenomeno forse unico nella storia del pensiero arabo-musulmano ......”
Più avanti il Gabrieli scrive: “Il secondo e terzo libro dell'opera di Ibn Khaldûn, seguenti a questi Prolegomeni e dedicati rispettivamente alla storia sistematica degli Arabi e dei Berberi, hanno dato una certa delusione agli studiosi, in quanto non vi appaiono applicate come ci si aspetterebbe le idee audaci e brillanti del primo libro e si ha più che altro una cronaca sulla falsariga della comune storiografia arabo-islamica”.
Mohamed Talbi (Ibn Khaldûn et l'histoire, p.20) scrive: "Mais il ne pouvait en aller autrement. Aucun homme ne pouvait écrire seul une histoire universelle selon les exigences de la Muqaddima". Rimane un incomparabile strumento di lavoro, soprattutto "per i due secoli più vicini al nostro autore, il XIII e XIV" (R. Brunschvig, Hafsides, 11, 393).

IBN KHALDÛN
QUESTO SCONOSCIUTO
Ma Ibn Khaldûn era conosciuto in Europa? Purtroppo no, altrimenti non si potrebbe spiegare la completa ignoranza del suo apporto.
Ecco cosa scrive il Dizionario di filosofia alla voce Sociologia (p.605).
"È una scienza - per lo meno nella sua autonomia e nella consapevolezza dei propri scopi - relativamente recente. Perché potesse sorgere una sociologia come scienza autonoma, mancavano nell'antichità sia l'oggetto specifico, cioè un'esplicita distinzione tra società in senso lato e società politica o Stato, onde lo studio dell'attività e dei prodotti dell'uomo associati non oltrepassò i limiti dello studio dello Stato (la politica), sia il metodo, cioè la convinzione che si dovesse e potesse estendere i procedimenti usati per lo studio della natura allo studio dell'uomo. Ciò non toglie che i Greci abbiano raccolto osservazioni sulle leggi e i costumi, sulla divisione del lavoro e sulla distinzione della società in classi, per quanto non siano mai giunti ad una trattazione sistematica.
Anche presso i Romani e nell'età medievale non ebbe alcuno sviluppo lo studio esplorativo e ricognitivo della società, perché tra tutti i fenomeni sociali solo il diritto fu oggetto costante di studio (il corsivo è mio).
C'è - come si vede - un cono d'ombra fino all'Ottocento e questa ombra sembra dissiparsi grazie a Vico e Montesquieu: "Solo nell'età modema... Giambattista Vico prima nella Scienza Nuova (1725) e Montesquieu poi nello Esprit des lois (1748) avviarono un gruppo importante di ricerche sopra i vari tipi di società, sopra le fasi dell'evoluzione sociale, sopra l'influsso delle relazioni sociali e dell'ambiente sulla civiltà, che possono essere considerate come il precedente storico della moderna sociologia" (Ibidem).
Ripeto: una completa ignoranza relativa all'apporto di Ibn Khaldûn.
Ho chiesto al professar Abdelkader Djeflat, presidente del Maghtech, il motivo di tale atteggiamento.
Mi ha risposto: "Malheureusement, dans sa tentative d'acculturation des PSM, le colonialisme a tanté de mettre entre parenthèses et de minimiser les apports de ces grandes figures de la pensée méditerranéenne... 
Des grands penseurs occidentaux se sont insipirées de la pensée khaldounienne sans qu'aucune reconnaisance de ses apports ne soit faite. C'est indirectment une tentative de dévalorisation des apports du Sud de la Méditerranée à la pensée universelle" (Arturo Capasso, Rencontre avec Abdelkader Djeflat.
L'area costiera mediterranea. Atti del 1° Convegno Internazionale sulle coste del Mediterraneo a cura di Massimo Rosi e Ferdinando Jannuzzi, p.231).
Il cono d'ombra di cui parlavo prima è ancora più ampio per R.M.Maclver che scrive la voce Sociology nella famosa Encyclopaedia of the Social Sciences, che da quasi cinquant'anni mi tiene compagnia nelle mie ricerche.
Nel volume 14° a p.235 l'unico riferimento è per Montesquieu: "With broad insight he showed that laws were an expression of national character and that the spirit which they exhibited was to be explained in the light on the conditions, social and geographical, under which men live". 
Invece, David S. Margoliouth
nella stessa Enciclopedia (vol.7° p.564) così presenta l'opera di Ibn Khaldûn: "But even more attention has been attracted by the volume of prolegomena which opens the work. It is primarily a philosophy of history, but touches on sociology and economics and towards the end becomes encyclopaedic in conformity with Ibn Khaldûn's doctrine that history is the study of all social phenomena. The author is justified in regarding his work as starting an original line of inquiry in Arabic literature, in which until quite recent times be found no successors". 
chiude con un senso d'amarezza: "Despite the new point of view introduced... and despite the continuous use of his work in the East he had no followers of any importance. In the West little was known of his work until the nineteenth century" (Ibidem, p.565). 
La Grande Enciclopedia Sovietica (Bolshaja Sovetskaja Entsiklopedia) nel volume 40° a p.202 (voce Sociologia- Sotsiologija) riporta: “Ibn Khaldûn (1332-1406) - studioso arabo - asserì che il corso della storia dipende dall'influsso geografico e in primo luogo dal clima (All. A a A1).
La stessa Enciclopedia al volume 17° dedica tre quarti di colonna al nostro autore. Due sono i maggiori rilievi. Il primo riguarda la sua teoria dei cieli storici (All. B e B1).
I nomadi s'insediano in paesi con clima temperato dove c'è una maggiore spinta all'operosità. Ma i sedentari saranno poi a loro volta conquistati da altri nomadi. Il ciclo si ripete ogni tre, quattro generazioni. L'altro rilievo riguarda la collocazione di Ibn Khaldûn da parte degli studiosi "borghesi" dell'Europa occidentale, secondo i quali Ibn Khaldûn è stato "il primo sociologo" per il suo tentativo di stabilire la dipendenza del fiorire e decadenza dello Stato da fattori geografici e di altra natura.
Stranamente G.F. Aleksandrov nella sua Storia delle dottrine sociologiche (Istorija Sotsiologiceskich ucenii) pubblicata a Mosca nel 1959 a cura dell'Accademia delle Scienze dell'URSS, a pagina 19 fa iniziare l'approccio geografico nel XVI secolo con lo studioso francese Jean Bodin (All. C e C1).

CONCLUSIONE
IL SASSO NELLO STAGNO
Qui finisce il mio studio su Ibn Khaldûn. Ma c'è ancora molto da scrivere.
Egli rappresenta una grande risorsa per tutti noi.
L'Autobiografia, Il Maestro e il Giurista meritano una lettura approfondita. Spero, con questo mio scritto, d'aver gettato un sasso nello stagno. Mi auguro che altri siano presi (e conquistati) dal pensiero del grande tunisino.
Per la cultura occidentale si potrebbe dire: meglio tardi che mai. 

Arturo Capasso

 

 

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