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Articolo tratto dalla rivista n. 5-6 Anno 137 Maggio-Giugno 2001 (pag. 25)

MARIO SCELBA: TRA LUCI ED OMBRE 
EMERGONO LE SUE QUALITÀ DI STATISTA

di Carlo Vallauri

 Se il primo periodo di Mario Scelba al Ministero dell'Interno fu caratterizzato dall'impronta data alla politica dell'ordine pubblico (preservare le condizioni di convivenza tra forze opposte, assicurando la tutela delle istituzioni), il secondo periodo coincide con l'interim dell'Interno assunto nel febbraio 1954 in corrispondenza con la carica di presidente del Consiglio. In quel periodo il contributo più significativo del politico siciliano fu l'azione svolta per restituire Trieste all'Italia, dopo che per anni la questione giuliana aveva catalizzato l'attenzione sia ai fini della risoluzione della controversia sia per impedire che il doloroso argomento venisse assunto dalla destra come metro per una critica all'intera impostazione della vita politica nazionale. Laddove non era riuscito neppure Pella (che - con il discorso del Campidoglio - aveva cercato di porre il ritorno della città martire alla Madre Patria come termine da far valere per mettere alla prova gli alleati atlantici) giacché il richiamo nazionalista fu interpretato da Tito - al quale le potenze occidentali tenevano moltissimo da quando era stato condannato da Stalin e quindi era uscito dal blocco guidato da Mosca - riuscirà con pazienza e prudenza Scelba, sorretto dalla diplomazia del Ministero degli Esteri. Così a Trieste egli pronunciò il 4 novembre '54 un memorabile discorso: consapevole della gravità delle decisioni, preferì dire francamente ai profughi dall'Istria che l'Italia per avere Trieste doveva rinunciare ad altre rivendicazioni. Era il prezzo da pagare: così egli si espose ai fischi e ai risentimenti degli italiani costretti all'esilio in Patria. Era la prima volta che la TV della RAI trasmetteva in diretta un grande evento, così gli spettatori videro Scelba parlare, frequentemente interrotto da grida ostili. Ma in quella occasione, pur con il dolore nel cuore, il Presidente preferì dire le cose come stavano e sottolineare che, nel nuovo quadro europeo ed internazionale, l'Italia non poteva non cercare la collaborazione con la Jugoslavia. In quella circostanza Scelba mostrò la propria tempra di statista.

In particolare il suo governo varò lo schema Vanoni, che poi restò per anni quale linea di sviluppo dell'economia nazionale: rappresentava l'affermazione di un disegno che attribuiva allo Stato gli oneri per una politica meridionalista efficace, riconoscendo il ruolo delle imprese da contemperare con le esigenze del mondo del lavoro. Una posizione mediana consona alle necessità di quel momento di ripresa per dare slancio all'economia.

In politica interna proseguì la difesa dell'ordine pubblico, con una maggiore attenzione all'effettivo svolgimento dei fatti nel corso di scioperi ed altre manifestazioni. Scelba continuò a mostrare fermezza non solo nei confronti dei dimostranti in varie dimostrazioni ma in qualche occ4sione anche nei confronti dei dirigenti di pubblica sicurezza, non rispettosi dei diritti di libertà dei cittadini. Un errore fu probabilmente di aver troppo avvicinato la sua posizione a quella aspramente anticomunista dell'ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma, Luce, propensa a dare alla politica americana del contenimento - valida nei confronti dell'Unione Sovietica - una applicazione dura anche nei confronti dei comunisti italiani, i quali avevano certamente un cordone ombelicale (finanziario, politico e di addestramento militare) con Mosca e con Praga, ma che in una Italia democratica non potevano essere perseguiti se non quando commettessero reati, violazioni di legge. Appena eletto al Quirinale il leader della sinistra D.C., Gronchi con I' appoggio di tutte le sinistre e della destra, il governo fu affidato a Segni che cercò di alleggerire il peso delle tensioni, tanto che il nuovo ministro dell'Interno Tambroni tenterà inizialmente di farsi conoscere quale assertore di una nuova linea di politica interna (alle parole e agli scritti non seguirono però i fatti), e poi - passato al Bilancio - anche in campo economico.

Scelba aveva ormai una sua ristretta corrente all'interno della D.C., i "centristi" appunto, che guardavano con apprensione ogni avvicinamento al socialisti. L'avventurosa vicenda di Tambroni - nata da un equivoco creato in realtà dall'atteggiamento del Capo dello Stato, ambiguamente alla ricerca di uno spostamento a sinistra con l'appoggio della destra - si concluse con la rinascita di una maggioranza costituita dal quadripartito di centro ed un governo monocolore guidato da Fanfani, il quale richiamò Scelba al Viminale come attestazione di fermezza contro ogni estremismo, salvo poi, in occasione di una crisi, sostituirlo con Taviani, più accetto verso sinistra. Di fronte all'eventualità di un ingresso diretto nel governo dei socialisti, Scelba mantenne le sue riserve e infatti il suo atteggiamento verso i ministeri Moro sarà guardingo e dovrà subire un veto al suo ritorno al governo, compensato da altri incarichi.

Comincerà presto una nuova fase della sua vita politica nel Parlamento europeo: adesso non è più quell'uomo di parte ma costruttore attivo delle norme istituende per realizzare un ideale nel quale - come De Gasperi - egli aveva sempre avuto fede. Naturalmente l'emergenza di nuovo personale politico ridurrà lo spazio per le sue posizioni, tuttavia la sua figura, con la sicilianità del suo temperamento - schivo eppur forte negli affetti - continuerà a restare come quella di un democratico sincero che ha sempre anteposto il bene dello Stato a quello personale.

Proverbiali sono rimasti al Viminale i suoi comportamento contrari a clientelismi, a favoritismo verso parenti, amici, conterranei. La legge innanzi tutto: anticipò, in un certo senso, una parola d'ordine poi diffuso negli Stati Uniti: ordine e legge. Si può concludere che egli ha usato il potere per esercitare le sue attribuzioni - attirandosi ostilità aspre dell'estrema destra come dell'estrema sinistra - mai per abusarne.

 

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