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ITALO CARLO SESTI

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Articolo tratto dalla rivista n. 7-8 Anno 133 Luglio-Agosto 1997 (pag. 1)

PARLIAMO DELLA SPEZIA SOGNANDO LUNIGIANA

È certo un onore presentare un numero della più antica testata culturale italiana dedicato alla propria città. Ma è pure una grande responsabilità che non tutti, credo, avrebbero accettata. Io non potevo esimermi dal farlo, dal momento che di questo numero mi sono fatto entusiasta promotore. E il caro dottor Italo Carlo Sesti, a cui devo la pubblicazione dei miei primi lavori danteschi e che mi conosce quanto basta, mi ha pregato di curare personalmente la realizzazione dei fascicolo.
Ho portato a termine l'impegno con un patrocinio di sicuro valore: al Lions Club La Spezia - Vara Sud si deve se questo numero esiste davvero.
Diciamo subito che ho voluto sposare una soluzione che rendesse il lavoro, in primis, un messaggio lanciato alla stessa città oggetto d'attenzione. Non solo: tale messaggio avrebbe dovuto essere di una comprensione la più agevole ed immediata possibile. Non, perciò, i soliti articoli firmati da politici, non le solite interviste ad amministratori più o meno improvvisati, ma brevi ed illuminanti "frasi d'autore" scelte a didascalia di immagini che già parlano da sé.
Tuttavia, anche una semplice presentazione non può evitare di offrire il proprio contributo per un quadro, il più onesto possibile, della dimensione spezzina. Qui non potrò essere breve.
Già nel nome questa città offre spunti di discussione anche aspra, poiché si dice "alla Spezia" e "della Spezia", non altrimenti. Chi avesse osato rivolgersi, nei suoi anni d'oro, a Mario Soldati, che da anni pregia il Golfo della sua presenza, con frasi dei tipo: "vado a La Spezia", o "l'arsenale di La Spezia" avrebbe rischiato la reputazione. Esistono tuttavia fieri esponenti di scuola avversa, autentici temerari dei lessico, la cui vexata quaestio, in verità, non mi è mai apparsa sterile. Eppoi la fama: oggi trattare della Spezia è divenuta cosa persino imbarazzante: ricordo che fino a pochi anni fa erano in molti a lagnarsi (ovvero "mugugnavano", secondo la vulgata tipicamente ligure) del fatto che la città non era sufficientemente conosciuta, ma oggi posso assicurare che da queste parti, con regolarità, a tutti ormai fischiano le orecchie, tale è la frequenza con cui La Spezia viene tirata in ballo addirittura in telecronaca nazionale.
Naturalmente non si tratta quasi mai di spunti positivi: il buono fa notizia soltanto per i fini a cui è rivolta una certa retorica di carattere prettamente nazional-popolare: tempi che devono cambiare.

La Spezia è da oltre un ventennio una città in piena recessione: la diminuzione costante della popolazione si associa ad un indice di disoccupazione che non accenna a migliorare, il che è indice evidente di una realtà sociale che deve preoccupare. I recenti primati dei porto commerciale su scala mediterranea non hanno affatto contribuito a trovare una soluzione allo spinoso problema della prima occupazione.
La parola d'ordine per salvare la città sembra ormai essere una sola: sviluppo dei settore turistico. Ebbene, va detto innanzitutto che la missione di ogni amministratore (anche pubblico) è quella di trarre il giusto profitto da tutte le risorse in forza alla propria azienda. Così l'arsenale Militare è a tutt'oggi una grandissima risorsa per la città della Spezia ed assurde sono di conseguenza le richieste di un suo radicale ridimensionamento: a favore di che? Forse dei porticcioli turistici che nel Golfo possono trovare spazio ovunque? Né è il caso di rinnegare addirittura la propria Storia: la Marina Militare, costituisce alla Spezia una presenza che è avvalorata da un Museo Navale di livello internazionale e che deve essere semplicemente proposta in modo più costruttivo, a partire dal contributo in termini di immagine. Semmai la Marina Militare potrebbe porsi al servizio della prospettiva turistica aprendo all'esterno (al giusto prezzo, s'intende) alcuni presidi in posizione di assoluto privilegio sul Golfo (la bellissima baia di Maralunga a Lerici o gli stabilimenti balneari sull'Isola Palmaria), poiché nel far questo essa si vedrebbe ampiamente riconosciuto il grande ruolo svolto nella preservazione di quei luoghi dalle manovre di "cementificazione" selvaggia da sempre risultate in agguato. Così come potrebbe stabilire l'apertura al pubblico dell'Arsenale non soltanto in occasione della festività del Santo patrono (San Giuseppe, 19 marzo), ma, per esempio, il giorno in cui di volta in volta l'Amerigo Vespucci getta le ancore nel Golfo: l'offerta al grande pubblico dei maestoso veliero (la nave più bella del mondo a detta della marina statunitense) diverrebbe forse il primo esempio di un appuntamento di grande rilievo a scadenza variabile che si rivelerebbe utilitissimo per uno sfruttamento certo e frequente dei sistemi di informazione nazionali. Che connubio, allora, tra Marina Militare e città! Senza contare che eventi di questo genere potrebbero costituire una buona occasione per un proficuo utilizzo delle maestranze civili in esubero.
E a proposito di maestranze, il discorso di eventuali dismissioni si è fatto invero più generale, fino ad estendersi alle grandi aziende dell'ex gruppo Efim (OTO Melara, Termomeccanica) ed alle altre di carattere nazionale (Cantieri Finmeccanica, Ocean Spa, Intermarine Spa): esse costituiscono pur sempre un grande polo industriale a cui va chiesto con fermezza un impegno a mantenere invariato l'attuale livello di occupazione: sarebbe questo un grande risultato, poiché il ricambio generazionale degli organici garantirebbe l'assorbimento di buona parte dell'offerta di lavoro più giovane.
Poi eccoci pure alla voce "turismo", certamente presente nell'agenda del manager pubblico spezzino, ma diciamo subito che si tratta di una vocazione che la città deve di inventarsi dei tutto. Non basta infatti fregiarsi della nascita del Museo Lia (sorto grazie ad una fortunosissima donazione alla città di una raccolta d'arte privata di eccezionale valore), né della riapertura al pubblico del castello medievale di San Giorgio, per portare a risoluzione gran parte dei problemi legati alla prospettiva specifica. Sia il Museo Lia che il Castello di San Giorgio, nella situazione cittadina attuale, non sono altro che aiuole nel bel mezzo di una discarica: a che valgono le aiuole sopra una discarica? E si badi bene: quando qui si dice "discarica" non si vuole far uso di una mera metafora per intendere una situazione culturale ormai segnata da una pluridecennale decadenza, bensì proprio una di quelle tristemente note cloache a cielo aperto di cui, purtroppo, da queste parti si ha ben motivo di parlare: impossibile distogliere il pensiero da quella autentica bomba ecologica che è oggi la collina di Pitelli, sito tra i più ameni del Golfo, posta da anni al servizio di chissà quali e quanti centri di potere occulto!
E dire che in tutta Europa non esiste luogo dove non si conosca il Golfo dei Poeti o si ignorino le scogliere a strapiombo delle Cinque Terre (di recente inserite dall'Unesco nell'elenco dei luoghi definiti "Patrimonio dell'Umanità"); dove non si conosca l'esistenza della chiesina splendida di San Pietro in Portovenere o la straordinaria stagione del megalitismo antropomorfo della Vai di Magra; dove non si sappia dello splendore antico del Portus lunae o della vasta stagione longobarda prima e rnedievale poi, con i capisaldi di un mitico e poderoso Limes bizantino e le numerose stazioni ospedaliere a sostegno dei pellegrini in marcia lungo la via Francigena. Così come non v'è luogo in Europa ove non si conosca il solco profondo che l'orma di Dante ha lasciato indelebile per l'intera Lunigiana e le grandi ispirazioni che questa terra offri agli altri grandi: ricordiamo i luoghi ove visse e cadde da cavallo la bellissima Luigia Pallavicini di foscoliana memoria, l'onda sugli scogli della Spezia antica per il Preludio de l"'Oro dei Reno" di Richard Wagner, i tramonti sul Golfo per le espressioni tra le più alte dei romanticismo europeo di Byron e Shelley, le muraglie dell'Isola del Tino per l'incredibile "Isola dei Morti" di Arnold Bocklin, opera pittorica addirittura favorita ... al Furer!!).
E poi il Novecento: i primissima esperimenti di Marconi sull'Elettra all'interno del Golfo, il lungo soggiorno dei Futuristi, con il caposcuola Marinetti che scrive nientemeno che "L’Aeropoema del Golfo della Spezia"; lo sviluppo della grande poesia con il Cardarelli, al quale, ospite spesso a Vernazza, sovviene che è «La Liguria una terra leggiadra ... », ed il giovane Montale, nella vicina Monterosso, che, forse sfruttando alcune magnifiche suggestioni del "Poema dei Mare" di Ettore Cozzani (grande allievo del Pascoli e fondatore della rivista decadentista "L’Eroica"), getta le fondamenta di uno strepitoso premio Nobel.
Sarebbe poi molto pedante ricordare che in Val di Vara esiste un minerale non ancora rinvenuto sulla rimanente parte della crosta terrestre (la Varanite, osservabile presso il museo geologico di Carro); che le vestigia della popolazione locale si fanno risalire agli stanziamenti neandertaliano della Tecchia di Equi Terme, ove è stato di recente scoperto anche un sistema di grotte tra i più interessanti d'Italia; che nel lericino sono state rinvenute impronte di diverse specie di dinosauri, cosa straordinaria in Italia; che numerose sono le testimonianze di una civiltà megalitica stanziata in epoche remote attorno all'intero Golfo della Spezia; che la provincia della Spezia è la provincia più verde d'Italia; che la Lunigiana è la terra dei castelli, a cui la sola Valle d'Aosta può pensare di tenere testa. Sarebbe davvero molto pedante ricordare tutto questo. E perciò l'ho fatto.
Ed è così, pedanteria dopo pedanteria, che si evidenze una soluzione irrinunciabile: il futuro della Spezia non può prescindere dallo sviluppo economico-culturale della Lunigiana Storica e viceversa. Il destino di ogni borgo, di ogni paese, di ogni città è qui funzione esclusiva delle gigantesche sinergie che questo comprensorio straordinario è in grado di creare tra loro.
Veramente la Lunigiana è una regione a cui nulla manca: qui isole e coste d'ogni tipo; qui i fondali del parco marino delle Cinque Terre; qui torrenti e laghi e fiumi; qui boschi, campagne, colline e pascoli: qui le grandi rocce dell'Appennino ed i marmi delle Apuane; qui il Sole sulle spiagge e l'ombra fresca sui prati o sui ruscelli; e il silenzio del bosco, che riposa con la solitudine delle cime sovrastanti o con la vitalità delle stazioni sciistiche quando sono invece vestite della neve. Qui soltanto regna il fascino di magici vapori: eccolo Dante (Inf, XXIV 145), che proprio in Lunigiana prende a comporre il suo capolavoro immortale, ed ecco con lui, più profondo e commosso, il senso della Storia: io non conosco ricchezza alcuna più grande della Storia e qui in Lunigiana di Lei si può affermare che presenta una sacralità rara, che si perde nel buio dei millenni, nata da quella remota e peculiare arte megalitica e tramandata nelle muraglie altere dei cento castelli. E come alimentata da questa immanente corresponsione d'antichissimi sensi la presenza del Vate ovunque qui aleggia sovrana: anche in quel lembo della levante costa, che tanta ispirazione donò al Genovese ingrato, là dove «delle divertite passioni per miracolo tace la guerra», incessante risuona nel vento quell'urlo appena sussurrato: Pace ... Pace. Orma di Dante non si cancella.
Qualsiasi altra regione avrebbe fatto di questa sola referenza il proprio tesoro inesauribile. La Lunigiana no.
Ebbene, come si può sfruttare un simile patrimonio di Natura e di Storia se non con la costituzione di una nuova regione, magari a statuto speciale, che comprenda quantomeno le province della Spezia, Massa e Parma? Le modalità di perfezionamento del Progetto, nel caso eventuale non lo si sapesse, ce le ha indicate Luigi Andrea Rossi con il testo di una sua relazione tenuta al Rotary Club della Spezia nella riunione del 5 gennaio del 1967 ("La Regione Emiliano-Lunense"): conditio sine qua non è la richiesta mossa da tanti consigli comunali da rappresentare il terzo della popolazione interessata. Molto attiva, nella storia della proposta di una nuova regione lunigianese anche l'organizzazione dei Lions Clubs: nello stesso intervento del Rossi leggiamo che «altre riunioni furono poi tenute lo scorso anno ad Aulla ad iniziativa degli "Amici di Lunigiana" e a Borgotaro, il 18 settembre u.s. [19661, a cura dei Lions Clubs della costituenda regione: quasi tutti gli intervenuti ritennero che gli interessi delle popolazioni locali esigevano la creazione della regione Emiliano-Lunense».
Ma perché la proposta non resti lettera morta, cullata soltanto dalle menti dei poeti e degli innamorati della nostra terra, occorre innanzitutto creare ovunque, nell'intero comprensorio, un tessuto culturale industrioso. Basta un esempio: cosa racconta una città come Genova ai propri turisti? A Genova tutto ci parla di Cristoforo Colombo: dalle via al porto alle manifestazioni culturali che si susseguono, dai titoli dei libri in vetrina alle pubblicazioni turistiche, lo spirito dei navigatore ci accompagna incessante. Ecco, in una città come La Spezia (e, in generale, in tutta la Lunigiana) ai visitatori si dice poco. Troppo poco. La città della Spezia, in particolare, oserei dire che addirittura non racconta un bel niente. Ebbene, a partire dalla toponomastica stradale, tutto in ogni borgo ci dovrà parlare delle Statue Stele, dei Castelli, dell'Orma di Dante, dei gioielli dell'arte e dell'architettura, di ogni museo, di ogni teatro, di ogni monumento e di tutti i grandi personaggi che qui sono nati o che qui hanno lasciato anche soltanto una scintilla dei loro genio inarrivabile.
Per meglio evidenziare l'importanza cruciale che riveste un aspetto apparentemente banale come la toponomastica stradale nella creazione di quello che ho definito un "tessuto culturale industrioso", per restare nell'ambito di competenza degli enti pubblici, si possono presentare alcuni casi davvero esemplari.
Il primo: Sarzana, 6 ottobre 1306; di prima mattina Dante riceve nell'antica Piazza della Calcandola la procura in bianco da Franceschino Malaspina a trattare con il Vescovo Conte di Luni gli ultimi dettagli di una famosa pace; si tratta di uno dei pochissimi dati certi relativi all'intera vita dell'Alighieri, poiché quella procura esiste in originale presso l'archivio notarile provinciale in La Spezia; orbene, chiunque penserà che quella piazza sia certo intitolata, con tanto di monumento in bronzo, alla figura severa del grande padre Dante; macché: piazza Matteotti, con l'immancabile monumento ai caduti di guerra. La guerra: questa si che è gran cultura! Nel voler celebrare la pace non ci si rende conto di aver innalzato ovunque il vessillo della guerra. E' giunto il tempo di usare il coraggio per affermare una volta per tutte che il pesante ricordo dei caduti è garantito assai meglio dai sacrari e dai libri di storia. La proposta di intitolare a Dante l'antica piazza della Calcandola era già stata sollevata da Mariano Picedi Benettini nel corso di una dotta conferenza tenuta per il Rotary Club della Spezia il 17 dicembre del 1964 (davvero illuminata la stagione degli anni '60 per il Rotary locale!): io qui la ripresento con rinnovata energia.
Il secondo: è ormai secolare alla Spezia il filone socio-culturale che inneggia alla creazione di una Lunigiana quale regione autonoma; nonostante ciò la via intitolata alla Lunigiana è alla Spezia una strada periferica tra le più degradate dell'intero tessuto urbano. Ebbene, la questione non è affatto banale: come può maturare e crescere un Progetto Lunigiana se la città di riferimento non sa tributarle neppure uno dei suoi viali più belli? Così è lecito chiedérsi pure quale moderna consapevolezza potrà mai maturare tra la cittadinanza spezzina se costretta a passeggiare eternamente per via Chiodo (Domenico Chiodo fu l'ingegnere che progettò l'arsenale Militare nel secolo scorso), per piazza Chiodo (lo stesso tizio: manco fosse Einstein, che nello "straviario" spezzino, invece, manco a dirlo, è dei tutto assente!), per corso Cavour, p.za Diaz, via Bixio, via e p.za Garibaldi, via dei Mille, p.za Mentana, p.za Cadorna, via Manin ... ?! Per non dire dello splendido viale Mazzini, che lambisce i giardini monumentali: sappiate che non si tratta di Ubaldo, storico poeta e massimo genio della spezzinità, ma del solito Giuseppe. E l'Ubaldo? Forse che sia sua, allora, Piazza Mazzini? No: un altro incredibile doppione: per il massimo tra gli storici della Lunigiana non c'è il minimo spazio! Ebbene, io sogno un centro storico dove anche una semplice viuzza suggerisca qualcosa dei luogo, della sua storia, dei suoi grandi uomini e dei passaggio di altri. Dunque può andare bene, qui, il Chiodo, ma una sola volta (la piazza di fronte all'ingresso dell'Arsenale); vadano anche il nonno Garibaldi (anche lui una sola volta), poiché alla Spezia fu ospitato davvero, e il suo compare Conte di Cavour, che volle il progetto dell'Arsenale Militare e che mosse le soavi grazie di Virginia Oldoini Contessa di Castiglione, una delle donne più belle dei XIX secolo (ovviamente ignorata nella toponomastica spezzina), verso la corte di Napoleone III al servizio della nascente Italia: ma la collocazione di tali dediche deve essere senza dubbio meglio studiata e tutto il resto va confinato nelle zone periferiche, da via Galileo a via Gramsci. Che funzionalità, allora, se la strada più antica della città, che porta direttamente dalla passeggiata a mare alla stazione centrale passando per il Museo Lia e la Pinacoteca Civica, venisse a chiamarsi Corso Lia - già antica via del Prione; che immagine se invece che per i negozi di corso Cavour ci trovassimo a passeggiare per le vetrine di corso Lunigiana; che utilità se una piccola traversa dell'attuale via del Prione, accanto al palazzo che ospitò l'antica locanda ove sovvenne a Richard Wagner, come già s'è detto, un meraviglioso accordo per il preludio a "L’oro dei Reno", si intitolasse giusto al grande musicista tedesco: allora a nessuno sfuggirebbe più la bella targa in marmo posta dal Comune a imperitura memoria di quella scintilla di genio. Una toponomastica attenta è funzionalità, ottimizzazione, orientamento al risultato ed è essa stessa bellezza e cultura: è una base sicura per la nascita e lo sviluppo dei "tessuto culturale industrioso". Così, magari (per continuare ad essere pedanti), anche piazza Dante, poeta che della Patria fu padre autentico e che tanto declamò la Lunigiana, dalla posizione decentrata ed in luogo dove nessuno intelletto assennato può riconoscere l'esistenza di una piazza (se non ci credete venite pure a cercarla: tanti auguri ... ) potrebbe finalmente trovare la propria naturale e degna collocazione.
Una volta localizzata l'esigenza di un "tessuto culturale industrioso" sovviene la domanda: esistono le strutture per una accoglienza completa e pienamente efficiente dei turista? E se sì, esistono in numero adeguato? Ebbene alla prima domanda rispondo: poche, il che implica una risposta negativa per la seconda. Alla sola città della Spezia andrebbe forse assegnata la risposta negativa a entrambe le questioni. Allora è urgente rivedere al più presto i piani dei traffico, dei parcheggi ed anche quello generale regolatore, ma non certo con la retorica usuale: piano dei traffico, p. es., non significa solo modificare i sensi unici, far pagare ovunque la sosta delle autovetture, avventurarsi in improbabili e pericolose piste ciclabili metropolitane; significa piuttosto, per fare un esempio tutto nostrano, avviare la copertura completa del Lagora, il canale che lambisce le mura dell'Arsenale Militare. Anni fa la proposta fu bocciata (se ricordo bene il "pezzo" uscito su di un quotidiano in cronaca locale) in forza dell'intervento, tra gli altri, di alcuni sedicenti "intellettuali", peraltro non nominati, i quali sostennero che le mura dell'Arsenale costituiscono un monumento nazionale e non si toccano. E chi le tocca? Mica si buttano giù! Certo è che la copertura del canale rappresenta migliaia di posti macchina a soli duecento metri dal centro storico della città; significa un'isola pedonale enorme al servizio di una dimensione commerciale a misura d'uomo e pure la riconquista della città in ogni sua valenza. Come dire: il futuro, per chi lo sa vedere. Gli spezzini sanno come andò a finire: il canale si chiuse solo per metà, con i soliti miliardi pubblici spesi a gogò e con i problemi del traffico che continuano a stressare.
In terzo luogo, in Lunigiana si avverte il bisogno di potenziare l'organizzazione dei parchi regionali: certo sarebbe un vantaggio,enorme se potessero divenire nazionali. Grazie alla sensibilità di alcuni politici (chissà a cosa mirano, ma almeno un fondo nobile qui c'è senz'altro) per le Cinque Terre ed il grande comprensorio dell'Appennino Tosco-Emiliano e delle Apuane è già quasi realtà: i grandi valichi appenninici della Cisa, del Cirone, del Lagastrello e del Cerreto, ovvero i passi epici della Via Francigena nelle sue numerose varianti lunigianesi, viatici obbligati per gli eserciti in pace dei pellegrini e per quelli in armi di re e imperatori, meritano il suggello di una suprema considerazione. Una Lunigiana dei Parchi, della Storia, della Cultura e pienamente compatibile, nelle giuste aree, con una forte presenza a carattere industriale: una sfida che, se giudicata da tutti possibile, potrebbe essere già vinta in partenza.
Resta solo un ostacolo da superare per giungere alla realizzazione di questo progetto: quando si parla di connubio tra industrializzazione e turismo non si può evitare di fissare alcuni limiti invalicabili. E' evidente che la presenza di industrie ad alto impatto ambientale non si convengono ad una regione che scopre di possedere innate ed elevate qualità turistiche. Per fare solo un esempio, è dunque da dichiarare una volta per tutte l'assoluta incompatibilità col territorio di una centrale termoelettrica come quella dell'ENEL alla Spezia, fonte certa di una incidenza del tumore al polmone tra le più alte d'Italia.
Così come è assolutamente indispensabile rinunciare per sempre agli scempi delle discariche. Una recentissima guida semiseria, distribuita a livello nazionale a firma di Lisandro Monaco, autore degli spettacoli di Beppe Grillo, esalta la Lunigiana, e la città della Spezia in particolare, proprio per la vasta gamma di discariche: ce n'è per tutti i gusti, tanto che si invita a «trovare in queste zone la vostra discarica preferita» (La Nazione, domenica 17 agosto, pag. SP-IX). Bel risultato, davvero. Alla faccia dei Parchi, della Storia e della Cultura.
La tecnologia più attuale mostra in modo inequivocabile che il futuro dei rifiuti solidi urbani è l'incenerimento ad alte temperature. Delicatissimo comparto, in verità, dove ci sono in gioco interessi di decine di miliardi. Va detto che a Montecarlo, nel Principato di Monaco è in funzione da anni un grande forno inceneritore per rifiuti solidi urbani a poche centinaia di metri in linea d'aria da una delle residenze dei Principi. Tuttavia un impianto sicuro dal punto di vista ecologico (in concreto: non inquinante) necessita di un investimento tale da rendere improponibile una tale soluzione per una sola provincia come La Spezia. Si rende perciò necessario il concorso dell'intero territorio lunigianese: un lavoro, oggi, di ambito interregionale. Ed è altrettanto certo che l'impianto, dovrà essere accompagnato da un concreto e sviluppatissimo sistema di reciclaggio di tutto ciò che tra i rifiuti urbani vi è di recuperabile, e dovrà essere installato in zona non popolata, vuoi per rispetto alla valenza turistica dell'intera valle dei Magra, vuoi per l'eventuale (anzi probabile) traffico di rifiuti da altre regioni. Va dunque programmato in anticipo l'adeguamento, opportuno e rispettoso, della rete stradale.
In quest'ordine di idee la soluzione di Arcola, nella bassa valle della Magra, ove ad un forno votato alla produzione di energia elettrica si vorrebbe associare nientemeno che un acquapark, non può essere presa in seria considerazione. Una novella Gardaland vada semmai a sostituire l'attuale centrale termoelettrica dell'ENEL ed il forno inceneritore sorga in luogo nascosto e già a sufficienza compromesso. Anche la proposta di riapertura di un forno obsoleto come quello in essere presso la discarica di Boscalino è un gravissimo errore: a quei livelli di tecnologia un forno inceneritore libera certamente diossina in gravi quantità.
Insomma, le soluzioni giuste ci sono quasi sempre; gli uomini giusti, invece, lasciatemelo dire, quasi mai. Qualsiasi politico da quattro soldi, sarebbe capace di restaurare un castello, di inaugurare un nuovo museo, di organizzare una stagione teatrale. Ma è da grandi amministratori risolvere problemi quali una centrale ENEL assassina, la dipendenza del comprensorio dalle discariche, la creazione di nuovi posti di lavoro. Di questo oggi la città della Spezia e la Lunigiana hanno davvero bisogno: di grandi amministratori, non di uomini qualunque.
Molti personaggi di dubbie credenziali tenteranno di salire sul Grande Carro. Alcuni di questi certo ci riusciranno. Una persona molto intelligente, presidente di una delle maggiori associazioni culturali lunigianesi, mi avverte che proprio questo è il grande pericolo insito nella costituzione di una regione autonoma. Ciò, invero, non mi impensierisce: il crescere della cultura, lo sviluppo del "tessuto operoso", contribuiranno col tempo a fare la dovuta pulizia. La strada della rinascenza non può essere abbandonata al solo pensiero di pochi buffoni. Sono certo di trovare tutti d'accordo se affermo che assai più di costoro vale questa terra.
Tanti auguri, Spezia. Tanti auguri, Lunigiana.

Mirco Manuguerra
 

 

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