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Articolo tratto dalla 12 anno 136 Dicembre 2000 (pag. 4 )


MASSIMO D'ALEMA

Come è consuetudine di questa rubrica, non contestiamo alla persona cui è dedicata la presente puntata, le idee da lui affermate con vigore, bensì le contraddizioni nelle quali può essere incorso, gli errori connessi ai fini del perseguimento dei suoi stessi fini. Pertanto rileviamo subito che tra la fede professata per tanti anni in compiti di conduzione politica di primo piano e le successive prese di posizione vi è stato uno scarto innegabile, del resto comune sia a tanti sostenitori di idee diverse, sia a tanti suoi compagni. Molti di questi ultimi, tuttavia, hanno cercato di dare una spiegazione del salto da una linea ideologica ad una opposta. C'è chi (Veltroni) ha ammesso l'incompatibilità tra comunismo e libertà, senza ritenersi in dovere di riconoscere allora di avere sbagliato tutta l'impostazione di una parte importante della sua vita politica, svolta in ruoli non di semplice gregario, oppure di coprirsi di vergogna e, per pudore, preferire di dedicarsi ad altro, ritirandosi a vita privata. E c'è, inoltre, chi ha proposto un rinnovamento radicale: Occhetto, pure il maggior artefice del capovolgimento di rotta, è costretto in posizione defilata dai più spregiudicati ex comunisti, e chi infine ha mantenuto fermi i principi; limitandosi ad auspicare un comunismo aggiornato (Bertinotti, continuatore della simbologia e del linguaggio).
Massimo ha preferito glissare, facendo passare per naturale evoluzione un sostanziale ripensamento: non più l'Unione sovietica, come faro, considerato che era ormai un faro infranto, non più lo statalismo bensì la democrazia occidentale e il libero mercato, concetti sui quali parte della socialdemocrazia era attestata da oltre mezzo secolo. D'altronde a sua giustificazione occorre darne atto - c'è stato un percorso graduale e significativo che, grazie a Berlinguer, a Napolitano, a G. Amendola, si era effettivamente avviato attraverso fatti concreti ed un impegno di rilievo per una caratterizzazione sempre più italiana rispetto ai verbo del Cremlino. Il ripudio del passato è un dato storico, nel quale moltissimi politici, in una direzione o nell'altra, sono incorsi, riuscendo - ed è un diritto di libertà d'opinione a ricostruirsi una novella identificazione, sicché si tratta di inversioni di marcia che di per sé non escludono la sincerità di chi le compie.
L'unica osservazione è che per tanti tale "mutamento" non avviene dopo eventi ai quali essi non hanno contribuito, come nel caso dei crollo del comunismo sovietico. Ciò premesso, cerchiamo di vedere meglio come D'Alema abbia portato avanti la nuova personalità. Se la scienza oggi prevede persino il mutamento del D.N.A. naturale, non si può a nessuno disconoscere la facoltà di mutare le proprie caratteristiche culturali, che sono il prodotto dell'uomo, del suo multiforme sentire, del suo incessante modificarsi di fronte a ciò che varia attorno a lui.
A questo punto ci imbattiamo in quelli che noi consideriamo i suoi errori. Intendiamo riferirci al suo operato politico quale responsabile del P.D.S. e poi di capo del governo. È possibile ci chiediamo che un capo di partito ammesso, grazie alla benevola intercessione di Craxi, nell'Intemazionale Socialista non abbia avvertito l'esigenza dì innovare profondamente nella organizzazione e nel modo di gestirla? Anzi possiamo dire che, muovendosi e modificandosi, il partito non sia
migliorato. Non più si evidenze l'unione di compagni convinti dell'idea da diffondere bensì un apparato predisposto per "cambiare" la società utilizzato invece per conquistare non il potere quale strumento al fine di realizzare pur sempre una nobile utopia, bensì posti di potere nelle istituzioni date, conservate e oliate nel migliore dei modi ma secondo una prassi di aggiustamento e di convenienza, tipica di quel figure di politici che i comunisti ortodossi disprezzavano. Così gli strumenti del partito sono serviti per scalare gradini all'interno della società e della Repubblica non per fare avanzare capacità, inveranti valori, con lo scopo di rendere un servizio alla collettività.
Le sezioni hanno perso di vitalità e tutte le alleanze -'nessuna esclusa (a cominciare dalla Lega) sono state possibili. Da quelle ufficiali e visibili alle convergenze meno chiare, come la ricerca di una affidabilità, per riforme istituzionali tutt'altro che persuasive, da concordare con gli avversari per mantenerli in condizioni di scacco permanente, o peggio la [email protected] a risolvere a tempo problemi delicati, come l'applicazione delle ineleggibilità previste da leggi vigenti o la regolazione del conflitto di interessi. Tutte manovre queste ultime che, a giudicare dai risultati, non hanno pagato.
Non ci intratteniamo sulla questione degli stati generali di Firenze che già nella intitolazione prescelta recavano il segno della sommatoria dei vecchi potentati, come erano stati quelli famosi da cui scaturì l'avvio della rivoluzione francese. Primo atto: la "Cosa 2" si risolse nel premio accordato ai più disponibili tra i socialisti, a prescindere dai comportamenti, confermando la pratica politicante di dare fiducia a quanti erano stati avversari, non per scegliere insieme una "nuova" politica quanto per svellerne così ogni potenzialità. 1 nuovi acquisti sono sempre pronti a divenire fedeli nella misura in cui vengono ricompensati, anche se poi si constaterà che hanno ben poco seguito.
Secondo atto: tanto provvido nel curare la pianticella dell'ulivo fatta crescere grazie alla comunicatività interculturale di Prodi, troppo pronto poi a prepararne, con la complicità di Cossiga, la caduta, o meglio la non conferma, con la conseguenza di causare il crollo del delicato equilibrio sul quale era stata vittoriosa la complessa coalizione dell'Ulivo nell'aprile dei 96. Quindi da scelte non sufficientemente meditate per gli effetti che avrebbero determinato, situazioni non più controllabili con un governo traballante, esposto alla volontà di Mastella, nonché una maggioranza eterogenea, un elettorato disorientato, sino a giungere alla sconfitta della primavera 2000. Infine il ritorno alla presidenza del partito, indice anche questo, di una eccessiva eccitazione nelle decisioni. Il nuovo incarico ripropone un compito di guida per il quale D'Alema ha certamente talento.
Ma aver pensato di unificare tale carica con quella di capo del governo era di per sé un evidente errore politico ed istituzionale. Solo in paesi comunisti minori tale forma di unione personale si era affermata, quindi una concezione singolare delle istituzioni, come se la sommatoria delle due cariche potesse essere permanente. Sorvoliamo su altri accadimenti dal serio caso Ocalan al divertente caso Forattini, ed ora? Per chi conobbe D'Alema in un dibattito radiofonico negli anni '70 e da allora ne ha apprezzato le qualità, non c'è dubbio che tutte le strade sono aperte per il suo ingegno, ma una maggiore coerenza tra il dire ed il fare - punto fermo per la valutazione di chicchessia - non guasterebbe.

di Carlo Vallauri

 

 

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