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Articolo tratto dalla 12 anno 136 Dicembre 2000 (pag. 10 )


MISTERI DEL NATALE

Tutti coloro, e son migliaia di migliaia, che parlarono dell'inaudito Mistero di Betlemme -la nascita dei Figlio di Dio sulla terra- non si allontanarono quasi mai dall'umile scena di quella natività che divise in due la storia del mondo, se non per spaziare nei cieli astratti della metafisica e della teologia. Ho sempre pensato, per conto mio, che un avvenimento così fuor del comune, anzi unico, dovette avere qualche riflesso o segno o risonanza anche nella vita umana e terrestre di quella divina notte. Credo di aver trovato quel che cercavo. E perciò, in questa mia commemorazione del Natale, non figureranno - e sarà forse la prima volta - né gli angeli né i pastori né il bove né l'asino.

Cristo non è nato, come il volgo crede, nel primo anno dell'Era Volgare che da Lui si denomina ma qualche anno prima, e qua si certamente nel 5 a.C. perché Erode, come sappiamo dai Vangeli, era ancora vivo quando Maria partorì ed Erode venne a morte a Gerico pochi giorni prima della Pasqua del 4 a.C. Se il crudele Idumeo ebbe il tempo di fare quel che fece, è certo che Gesù dev'esser nato nel dicembre del 5.
Ora, proprio alla fine di quest'anno accadde a Roma, un fatto straordinario e significativo che non ha attirato fin qui l'attenzione degli storici. Da testi contemporanei - riferiti dal famoso Mommsen nel suo volume Res Gestas Divi Augusti (III, 15)- sappiamo che l'imperatore proprio in quell'anno, fece un eccezionale elemosina ai poveri di Roma: sessanta denari a testa a ben 320.000 plebei. Di altre elargizioni imperiali abbiamo notizia, prima e dopo di questa, ma nessuna fu mai così generosa e destinata a una così grande moltitudine. Si noti che il denarius di allora avrebbe oggi, in moneta nostra, il valore di circa 130 lire. A ogni povero furori date, dunque, 7800 lire. La distribuzione di questa elemosina costò ad Augusto circa due miliardi e mezzo delle nostre lire: una somma enorme, in tempi di prosperità.
Per quali ragioni Augusto fu indotto a questa gigantesca opera di carità? Non vi furono in quell'anno 5, né vittorie né trionfi né avvenimenti tali da giustificare una tanto cospicua e larga generosità. Mai più l'imperatore, che doveva regnare ancora diciannove anni, dette prova d'una simile liberalità e quasi prodigalità a favore dei bisognosi.
Questa concomitanza di fatti unici -la nascita di un Dio, la smisurata elemosina di un padrone del mondo - è un mistero degno d'esser mediato. Ebbe forse Augusto il confuso presentimento, l'oscuro sentore, che un evento decisivo benché a lui ignoto si stava compiendo in uno dei regni che dipendevano dalla sua autorità? Il fondatore dell'impero volle, per subitanea ispirazione venuta dall'alto, festeggiare, con quella inaudita pioggia di milioni, l'apparizione del fondatore della Chiesa? Il mistero non è disoccultabile ma resta il ricordo infrangibile della storia. Mentre nasceva, nella povertà, Colui che sarebbe stato il glorificatore dei Poveri, in quella stessa Roma che avrebbe visto come primo pontefice il povero Pescatore, il più potente principe della terra sentì l'impulso di pensare ai Poveri, di soccorrere con i suoi denari centinaia di migliaia di Poveri.
Ma non è questo il solo mistero. Fuori di Roma, in Giudea e sul mare, due misteriosi fatti accompagnarono, la nascita del Figlio dell'Uomo. Il primo fatto è narrato da una fonte cristiana: il secondo si trova in un testo pagano, del tutto indipendente. Nessuno ha notato la simbolica concordanza di questi due prodigiosi avvenimenti.
Nel Protoevangelo di Jacopo ch'è forse il più bello degli Evangeli Apocrifi sull'Infanzia di Gesù- lo stesso sposo di Maria, Giuseppe, descrive un meraviglioso spettacolo. Mentre Gesù stava per venire alla luce tutte le creature ad un tratto, si fermarono. Gli uccelli erano immobili nell'aria; chi aveva la mano nella scodella non portava più il cibo alla bocca; il pastore che aveva alzato il bastone per incalzare le pecore rimase col braccio fermo in aria; i capretti che bevevano al fiume stavano con le bocche aperte ma immote sull'acqua e la stessa corrente più non correva. Pareva che il mondo intero, nell'ansia di quell'evento prossimo e solenne, si fosse, impietrito ad un tratto nell'attonimento dell'attesa. L'apparizione di Dio sulla terra era un così stupendo e unico prodigio che tutti gli esseri avevano interrotto ogni loro atto e movimento. Faust, in quel momento, avrebbe detto: «Attimo, arrestati: sei bello!».
Il diligente Plutarco, dal canto suo, riferisce un altro egualmente mistero significativo.
Nel suo Trattato sulla cessazione degli oracoli egli racconta che i passeggeri d'una nave che viaggiava verso l'Italia, giunti presso l'Isola di Paxos, udirono per tre volte, nel silenzio della notte, una voce lontana che gridava: Il Gran Pari è morto.
I cristiani che conobbero questa storia, come Eusebio, compresero subito che quel soprannaturale annunzio notturno si riferiva a Cristo, ma pensarono ingenuamente che la voce si facesse udire nella notte della crocifissione e che annunciasse la morte del Redentore. Ma se questa voce, io credo, annunziava non già la morte di Gesù ma di tutte le divinità pagane, racchiuse nel nome collettivo di Gran Pari, e questa morte era assegnata dal principio dell'Incarnazione del vero Dio, cioè dalla nascita del Figlio di Maria nella grotta di Betlemme. La notte di Natale fu, sia dal punto di vista teologico che da quello storico, la morte del Paganesimo che consisteva essenzialmente nell'adorazione della Natura, del tutto, cioè del Gran Pari.
I due portenti non sono identici, ma v'è tra essi una segreta relazione. La vita degli uomini, degli animali, degli elementi, secondo il Protovangelo di Jacopo, in quella grande ora è sospesa, si ferma come se tutto morisse. Cominciava, con la nascita di Betlemme, un'età nuova nel mondo ed era necessaria una sosta, una pausa che segnasse quel distacco. Ma quel che veramente moriva era l'antica religione fondata appunto sul culto delle parvenze naturali e materiali.
Quell'improvvisa immobilità era coni eil simbolo d'una paralisi universale: il tutto riprenderà il suo corso, ma era morto, in quell'attimo, il credo ed il culto naturalistico dei pagani, era morto il vecchio Pantheon, era morto, insomma il Gran Pari.
Il racconto di Giuseppe nel Protovangelo e il racconto di Plutarco, benché tanto diversi, confluiscono a una medesima verità: l'inizio di un'epoca nuova, quella dischiusa, appunto, dalla nascita di Gesù.

di Giovanni Papini

 

 

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