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I LIBRI

Articolo tratto dalla rivista n. 10 Anno 137 Ottobre 2001 (pag. 51)


Ebrei, Inquisizione 
e Mussulmani nella Sicilia del 
Quattrocento

Nino Piccione negli ultimi romanzi ("Memoria d'amore", "Ianua", “Il nido della Cometa") ci aveva coinvolto nelle vicende dei suoi personaggi, investiti da amori tenerissimi, a volte passioni estreme, ma tuttavia drammaticamente, dibattuti da rimorsi, sensi di colpa, distacchi spesso senza speranza, nostalgie, rimpianti. L'amore visto e analizzato come esperienza eccezionale ed esaltante di vita, che confina col suo opposto: il vuoto, la solitudine, la morte. Ora egli torna alla narrativa con questo romanzo storico ambientato nel Quattrocento in Sicilia: "Il barone di Militello - Ebrei, Inquisizione Musulmani", Sovera Editore. £. 22.000.
Si tratta di un'opera di grande respiro; dove vicende collettive ed esperienze individuali vengono narrate non solo con ricchezza di richiami storici, con riferimenti precisi, con la citazione di fonti e documenti di archivio, brani letterari, ma con la passione di chi nelle vicende umane cerca spiegazioni e nei singoli personaggi vuole individuare il groviglio dei sentimenti che possono portare a viltà e scelleratezze, a gesti di generosità e di altruismo, di amore e di perdono. E soprattutto di riscatto, una forma di leit-motiv che intrama tutto il libro.
Credo che questa duplice chiave di lettura consente di comprendere l'essenza, l'anima dei romanzo.
Anzitutto l'azione collettiva. Apparentemente c'e una forma di distacco da parte del narratore. Ma quanta vibrazione interiore si può cogliere nello scrittore quando descrive, ad esempio, l'espulsione degli ebrei dalla Sicilia per volere dei Re Cattolici di Spagna di cui l'isola era un vicereame      : Una espulsione con ripercussioni di ordine economico, sociale, umano, affettivo. Oppure quando parla dell'Inquisizione con i suoi processi e i suoi roghi anche in Sicilia. Una pagina nera non solo nella storia della Chiesa, ma anche nella storia europea e vorrei dire dell'umanità intera. Perché, per una sorta di legge di solidarietà nel bene e nel male, la dove si offende anche un solo uomo, si distrugge l'umanità intera.
O ancora: quando ricorda l'azione dei musulmani che assaltavano le coste siciliane, inoltrandosi addirittura nei centri abitati, dove catturavano innocenti riducendoli in schiavitù.
Ci sono lettere di prigionieri ai familiari (non so se vere o create, inventate da Piccione) che sono di una drammaticità sconvolgente. Eppure si tratta di quegli stessi musulmani che, qualche secolo prima durante la loro dominazione, avevano trasformato la Sicilia in quello che chiamavano il "Giardino di Allah", dove convivevano pacificamente cristiani, musulmani ed ebrei, e la civiltà aveva fatto un balzo avanti. 1 dominatori musulmani avevano costruito    moschee,       palazzi, castelli, torri, e creato giardini e fontane, e piantato limoni, aranci, pistacchi e canna da zucchero. Ed era rifiorita la cultura con i loro letterati, filosofi, scienziati.
Ci sono poi nel romanzo le vicende individuali. Una serie di personaggi balzano a tutto tondo: sono uomini di cultura, anime generose, ma anche perfidi individui sulle cui trame delittuose alla fine si abbatte, inesorabile, la punizione, il castigo, la morte. Una sorte di némesi greca.
E vorrei sottolineare come il romanzo ha proprio l'impianto e la struttura di una tragedia greca. Il quadro che ne scaturisce, infatti, è di grande tensione tragica. Nessuno sfugge al proprio destino e, soprattutto - come ho detto - alle proprie colpe; neppure il protagonista, il barone di Militello, un uomo di sinistra grandezza nel delitto, ma di profonda umanità nel coraggio di riconoscere i propri errori,nell'ansia di riscatto che si riverbera anche in un'azione costante a favore dei suoi sudditi. Proteggerà i deboli e gli oppressi, gli ebrei perseguitati, i conversi che rischiano il rogo per accuse spesso inconsistenti di eresia, i poveri catturati e fatti schiavi dai saraceni che egli farà liberare pagandone il riscatto e avvalendosi dei prestigio e della fama di cui gode.
E sarà proprio questa fama di uomo giusto, colto e illuminato, in grado di opporsi alle iniquità della Inquisizione e della Corona a decretarne la morte. Verrà assassinato ad opera di sicari prezzolati da avversari invidiosi, nel Castello Ursino di Catania.
Tra le pagine più belle e intense quelle relative alla triste vicenda d'Aldonza, giovane e fedele sposa del Barone, la quale calunniata dai fratelli di lui, subirà una morte atroce. Un episodio che, nella sua drammaticità, ha una sua musica maestosa e intima, come l'intimo dolore di una creatura sensibilissima che soffre e vede svanire l'immagine ardente di una felicità perduta per sempre. E con la felicità, anche la vita.
Piccione, con quelle caratteristiche che lo contraddistinguono nello scandaglio interiore dei suoi personaggi, descrive magistralmente il processo che avviene nell'animo dei barone: dai primi dubbi sui fratelli fino alla consapevolezza dell'innocenza della sua sposa. Soprattutto dopo il colloquio con la madre morente. Si tratta di una pagina di alta poesia, che non sorprende coloro che hanno letto le altre opere di Piccione. Il cui stile nitido è altamente lirico-descrittivo: nella sua essenzialità, nella sua chiarezza espressiva.
Un originale romanzo storico, dunque questo "Barone di Militello". L’autore sa fondere con l'invenzione tutto ciò che appartiene alla verità accertata. Ma la storia non resta semplice cornice; diventa parte integrante della narrazione. Un intreccio appassionante che riesce soltanto ai narratori autentici.


Gazina Miller

 

 

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